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CULTURA CATTOLICA - DON PIERO RE «Va’, perché io ti manderò lontano, tra i pagani» (At 22, 21), si era sentito ripetere dal Signore durante l’estasi nel tempio. La vocazione specifica cui Paolo si ritenne chiamato fu quella di portare il primo annuncio di Cristo Salvatore oltre le frontiere già esistenti (eccetto il caso di Roma, cf Rom 1, 15). Fondando nuove Chiese, intendeva porre – tra i popoli e le province – segni viventi della signoria di Cristo, dalla quale niente e nessuno può considerarsi escluso. Utilizzando tradizioni locali, s. Luca descrive la ”corsa” della Parola di Dio nel mondo ad opera di Paolo, servendosi del genere letterario dei ”viaggi”, allora in uso. Luogo di partenza e ritorno è sempre Antiochia di Siria e non manca mai la visita finale a Gerusalemme. * Il primo viaggio (At 13 e 14) durerà circa 4 anni, tra il 45 e il 49 d. C.. È compiuto in compagnia di Barnaba, che resta ancora il vero protagonista; entrambi sono stati scelti e inviati da una manifestazione particolare dello Spirito alla comunità di Antiochia in preghiera (cf At 13, 3). I due missionari percorrono tutta l’isola di Cipro (patria di Barnaba), salpano da Pafos per approdare a Perge, a sud-est dell’Anatolia, dove il collaboratore Marco (forse nipote di Barnaba) li lascia per tornare a Gerusalemme. Forse ritenendosi incapace di sostenere i ritmi frenetici della missione; più probabilmente perché non riusciva ancora ad approvare la decisa svolta di Paolo nel superare la lentezza dei giudeo-cristiani ad abbandonare le prescrizioni antiche. Giungono ad Antiochia di Pisidia, in Asia Minore, l’attuale Turchia centro-occidentale. Qui Paolo prende la parola in una riunione di sabato in sinagoga, per pronunciare una sorta di discorso inaugurale e ben accolto, dove si ritrovano tutti i temi della sua predicazione ai giudei: riassunto della storia di Israele, che si è compiuta in Cristo crocifisso e risorto, Colui che libera anche dalla Legge (cf At 13, 16-43). Il sabato seguente però è duramente contestato dai giudei e allora lui annuncia che si rivolgerà ai pagani. Partono per Iconio, ma da lì viene costretto a partire per Listri. Qui guarisce un paralitico e la folla scambia il maestoso Barnaba per il padre degli dei Giove, e il più irrequieto Paolo per Mercurio, che degli dei era il portavoce; si vuole offrire in loro onore un sacrificio pagano, cui a stento riescono a sottrarsi (cf At 14, 8-18). Tuttavia, per istigazione di giudei giunti da Antiochia, Paolo viene lapidato. Sempre in compagnia di Barnaba, si rifugia a Derbe, poi sono di ritorno a Listri, a Iconio e ad Antiochia; si inoltrano nella Pisidia e raggiungono Perge in Panfilia, scendendo poi ad Attalia. Da qui fanno vela per Antiochia di Siria, donde erano partiti, e riferiscono che, per mezzo loro, Dio aveva aperto ai pagani la porta della fede. Le medesime cose sono mandati a testimoniare a Gerusalemme, da dove faranno ritorno portando la incoraggiante notizia che il primo Concilio aveva approvato la predicazione ai pagani (cf At 15, 1-35). Il secondo viaggio di PaoloIl secondo viaggio (At 15, 36-18, 22) durerà circa 3 anni, tra il 49 e il 52 d. C.. Sul punto di ripartire, i due apostoli si separano: Paolo si rifiuta di portare con sé Marco, che salpa con Barnaba alla volta di Cipro e altrove (forse anche in Italia settentrionale). Invece Saulo, insieme a Sila, torna in Asia Minore, a vedere come stanno le Chiese fondate nel primo viaggio. Ma, lungo questo secondo itinerario, l’Apostolo delle genti avrà modo di incontrare un altro mondo, quello greco-romano. A Listri si aggrega Timoteo, di padre greco e che sarà tanto caro a Paolo. Docili allo Spirito, dopo aver attraversato la Frigia ed evangelizzato la Galazia, rinunciano ad entrare nella provincia di Asia e della Bitinia, costeggiano la Misia e scendono a Troade, nel nord-ovest della attuale Turchia. Qui Paolo ha la visione notturna del Macedone che lo supplica: «Passa in Macedonia e aiutaci!». Così Paolo si sente chiamato a mettere piede sul suolo d’Europa (cf At 16, 9s). Quindi si dirigono verso Samotracia e Neapoli; di qui a Filippi, colonia romana ormai città latina del primo distretto della provincia macedone. Battezzano Lidia, commerciante di porpora incontrata durante una riunione di preghiera lungo il fiume, e ne accettano l’ospitaltà. Ma vengono bastonati e incarcerati, in seguito alla denuncia fatta da una schiava indovina (e dei suoi padroni), i cui guadagni la loro predicazione aveva messo in pericolo. Nottetempo, li libera dalle catene un terremoto. Temendo la punizione da parte dei magistrati, il disperato carceriere tenta il suicidio; ma Paolo lo dissuade e lo battezza con tutta la famiglia. Saputo poi che Paolo e Sila sono cittadini romani, le autorità li rimettono in libertà (cf At 16, 11-40). Lì crescerà una bella comunità cristiana, a cui l’Apostolo invierà da un’altra prigione la lettera della gioia e dell’affetto, quella appunto ai Filippesi. Da qui giungono a Tessalonica, dove convertono non pochi Greci. Colti da gelosia, i giudei li denunciano presso le autorità pagane, coinvolgendo pure Giasone, che li aveva ospitati. I missionari sono fatti partire di notte per Berea, centro portuale della Macedonia. Qui si ripete ciò che era accaduto a Tessalonica: conversioni ancor più numerose e ostilità fomentate da fanatici giunti da Tessalonica. Paolo allora viene accompagnato ad Atene, dove attende a lungo la nave che porta Sila e Timoteo. Per quanto devastata dai romani nel 146 a. C., Atene era pur sempre la capitale della sapienza, dell’arte e della democrazia, anche senza lo splendore dei secoli V e IV a. C.. Paolo non perde tempo: ogni giorno discute con i pagani in sinagoga e con i passanti sulle piazze. I filosofi epicurei e stoici, incuriositi, lo invitano sull’Areopago, perché questo ciarlatano si spieghi meglio. È qui che Luca mette in bocca a Paolo il magistrale annuncio di Cristo Risorto ai pensatori politeisti di Atene (cf At 17, 11-33). Se ne parlerà più avanti. Lo scarso successo non scoraggia Paolo, che percorre i 50 Km che lo portano a Corinto, capitale della provincia romana dell’Acaia, ancora più cosmopolita e corrotta di Atene. Nella numerosa comunità giudaica del luogo, trova ospitalità presso i coniugi cristiani Aquila e Priscilla, provenienti da Roma, da dove nel 49-50 d. C. l’imperatore Claudio aveva allontanato tutti i Giudei. Sono anch’essi fabbricanti di tende e Paolo può lavorare con loro (cf At 18, 1-3). Sopraggiunti Sila e Timoteo, danno inizio alla predicazione, rifiutata dai giudei, ma accolta dal capo della sinagoga Crispo e famiglia; la accolgono pure i pagani ben disposti, tra i quali un certo Tizio Giusto. Un’altra visione lo incoraggia a «non tacere, perché Io ho un popolo numeroso in questa città» (At 18, 10). Da qui scrive le due lettere ai Tessalonicesi. Così Paolo si ferma un anno e mezzo, tra l’inverno del 50 e l’estate del 52 d. C.. Verso la fine del soggiorno a Corinto, i giudei riescono ancora a trascinarlo in tribunale, ma il pro-console Gallione lo lascia libero, rifiutandosi di trattare le loro questioni religiose; ne va di mezzo lo stesso capo sinagoga Sostene, addirittura percosso dalla sua gente (cf At 18, 12-17). Quindi, in compagnia di Aquila e Priscilla, s’imbarca per la Siria e giunge di nuovo a Efeso, da cui riparte troppo presto per Cesarea. Ha quindi modo di «salutare la Chiesa di Gerusalemme» per poi raggiungere Antiochia. Ben presto, però, riparte per confermare nella fede «tutti i discepoli della Galazia e della Frigia» (cf At 18, 18-22).  Il terzo viaggio di Paolo Il terzo viaggio (At 18, 23 - 21,16) dura 5 anni, dal 52/53 al 57 d. C.. Con i mezzi di allora, l’Apostolo percorrerà 2500/3000 Km, ma l’itinerario non è sicuro. Dapprima riattraversa la Galazia e la Frigia per ”confermare nella fede ” (At 18, 23) le chiese fondate nel 1° e 2° viaggio. Poi la tappa più importante - 2 anni e 3 mesi – fu quella di Efeso, capitale della provincia romana di Asia, 300/400mila abitanti, teatro principale di 25.000 posti, crocevia di molte carovaniere; il tempio di Artemide–Diana era considerato una delle 7 meraviglie del mondo (cf At 19, 27) e vi fiorivano magia e superstizione. Infatti, nel timore che le conversioni cristiane danneggiassero il commercio degli idoli, l’orefice Demetrio monterà la sommossa dei fabbricanti e dei mercanti; la calma fu riportata a fatica, e con la consueta motivazione da parte dell’autorità romana, preoccupata soltanto di sedare disordini (cf At 19, 24-41). Ad Efeso Paolo battezza ”nel nome del Signore Gesù”, e li conferma con l’imposizione delle mani, 12 discepoli che avevano ricevuto soltanto il battesimo penitenziale di Giovanni Battista, senza mai aver sentito parlare di Spirito Santo (cf At 19, 1-7). Servendosi della collaborazione di molti compagni (tra i quali Timoteo, Epafra, Erasto, Gaio, Aristarco e Tito), Paolo coordina l’evangelizzazione di «tutti gli abitanti della provincia di Asia» (At 19, 10), la parte cioè di cui Efeso era il centro, comprendente le 7 città citate in Ap 1, 11. Opera anche guarigioni prodigiose; lo imitano in questo degli esorcisti ambulanti giudei, ma senza esito; anzi, si convertono anche molte persone che avevano esercitato arti magiche (cf At 19, 11-20). Dopo essersi forse recato ancora a Corinto nei 3 mesi invernali (per stroncare estremismi giudaizzanti), tornato ad Efeso, Paolo riparte, intenzionato ad attraversare la Macedonia e raggiungere la Grecia. Tre mesi dopo, il solito complotto giudaico lo costringe a tornare ad Antiochia di Siria senza attraversare la Macedonia. Preceduto e accompagnato dai suoi collaboratori, salpa da Filippi e in 5 giorni giunge a Troade. Durante una prolungata assemblea eucaristica serale, nel primo giorno della settimana che vi trascorse, ridona la vita al ragazzino Eutico, che – vinto dal sonno – era caduto da una finestra situata al 3° piano (cf At 20, 7-12). In seguito, la compagnia di s. Paolo – che aveva fatto vela per Asso, dove aveva imbarcato l’apostolo che vi si era recato a piedi – tocca Mitilene e Samo e giunge a Mileto. Qui Paolo sollecita a raggiungerlo i principali «anziani delle Chiese» da lui fondate. A loro rivolge il terzo dei grandi discorsi ricordati negli Atti (in Atti 13, la sintesi della predicazione ai giudei; in Atti 17, la sintesi di quella ai pagani). Lo si può ritenere il suo testamento pastorale, redatto da s. Luca che era presente: ricorda il suo ministero in Asia (At 20, 18-20) e presagisce la sua morte (vv 22-27); raccomanda vigilanza (vv 28-30), disinteresse e carità (vv 33-35). Una testimonianza che destò commozione in tutti e che ci consegna un suo splendido profilo di padre autorevole (cf At 20, 17-38). Siamo nell’anno 58 d. C. e Paolo ha fretta di essere a Gerusalemme per la Pentecoste. Ogni giorno un nuovo porto: Cos, Rodi, Patara. Su un’altra nave giunge a Tiro; la settimana dopo, parte per Tolemaide, il giorno dopo per Cesarea. Tutti lo sconsigliano di salire a Gerusalemme, perfino un profeta di nome Agabo giunto dalla Giudea. Ma Paolo si mostra irremovibile: « Io sono pronto non soltanto ad essere legato, ma a morire a Gerusalemme per il nome del Signore». «Smettemmo di insistere: sia fatta la volontà del Signore!» (cf At 21, 13s). A Gerusalemme viene accolto e ospitato da Mnasone di Cipro, discepolo della prima ora; fa visita a Giacomo e agli anziani, consegna il ricavato di una nuova colletta; Giacomo gli consiglia di recarsi al tempio, per assolvere a un voto e per tranquillizzare i tradizionalisti. È qui che viene riconosciuto dai giudei della provincia di Asia; questi sollevano un violento tumulto nei suoi confronti, per sedare il quale interviene dalla torre Antonia il tribuno romano, che non trova di meglio che incarcerarlo nella fortezza. Prima però gli concede di difendersi dalla folla inferocita con un discorso in ebraico; e viene a sapere che questo prigioniero è cittadino romano (cf At 21, 15-22, 29). È ormai cominciata la ”passio Pauli” (At 21-28), che con quella di Gesù avrà più di una somiglianza.  |